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Ricordi di paesani
Testo a cura dell'Avv. Ennio Colucci

Gli scurcolani residenti in paese sono circa duemila; erano il doppio alla fine del secolo scorso. La diminuzione è dovuta alla emigrazione in America ed a Roma ed alla denatalità. Una volta, anche a mio ricordo, frequenti erano le famiglie con cinque, dieci ed anche dodici figli: erano più braccia per la vanga, ma anche più bocche da sfamare. Quando nella chiesa suonava la campanella per annunziare la morte di un bambino - enorme era la mortalità infantile - la famiglia colpita non vestiva a lutto, ma si rassegnava e ringraziava il Signore « che aveva provveduto ».
  
Ma dei miei concittadini quelli che sopravvivevano a questa selezione naturale, anche se a stento cucivano il pranzo con la cena, anche se per il pane dipendevano da alcune famiglie benestanti (i Vetoli, i Tuzi Ottaviani, i Bontempi, i D'Amore), erano necessariamente più laboriosi, più seri, ma anche più spiritosi ed intelligenti degli attuali.  Avevano nel bene e nel male una maggiore personalità, un maggiore attaccamento al natio loco, un orgoglio maggiore. Essi avevano, ad esempio, il diritto di pascolo sulle seconde erbe dei fondi della Cardosa e delle Selve (1.500 coppe) che Carlo D'Angiò aveva donati al suo Monastero di Santa Maria della Vittoria e che nel 1500 gli Orsini e i Colonna, cacciati i monaci, avevano confíscati a proprio favore quali duchi di Tagliacozzo e conti di Albe. (Alla cacciata dei monaci avevano, invero, partecipato per altri e più validi motivi anche gli scurcolani). 
   
Io ricordo l'orgoglio dei poveri contadini di Scurcola quando, a riaffermazione dei loro diritti, menavano a pascolare in quelle terre le loro vacche ed i loro asini. Questi usi civici, goduti per quattro secoli, furono aboliti da Mussolini per la sua battaglia del grano. lo ricordo che un giorno d'estate Mussolini, passando per la via Valeria, vide nei presi del paese una trebbiatrice in azione (si sa che Mussolini era anche un trebbiatore): si fermò, si informò, si congratulò con i lavoratori e regalò 400 lire al proprietario trebbiatore, Bíagio Nuccitelli, che era invece uno dei più ricchi contadini del paese! Ora se io paragono gli scurcolani di una volta con quelli di oggi - « e di questi cotal son io medesimo » - preferisco i vecchi ai nuovi, perché questi non hanno la personalità di quelli; sono massa, non individui; non conoscono i sacrifici di quelli, sono in generale oziosi, « straccapiazza », maldicenti, ínvidiosi. 
  
Vi sono naturalmente delle lodevoli eccezioni, perché taluni laboriosi e intelligenti hanno fatto meritatamente fortuna in paese e fuori; ma anche tra i fortunati la mia ammirazione e la mia preferenza vanno a quelli di una volta. Di questi ricordo due esempi:
1) Un parente di Vespasiano Barnaba era, al principio del secolo, un giovane di belle speranze, di buona istruzione, ma quasi povero. 
Di lui si innamorò una vecchia zitella di ricca famiglia; fu convinto a sposarla; ne scialacquò la dote e la sposa fece appena in tempo a morire prima che la dote fosse del tutto sfumata. Rimasto vedovo, di nuovo povero, ma giovane ancora, chiese a mio padre, suo nipote, un prestito di 400 lire ed emigrò in Ameríca. 
Dopo tre mesi rimandò la somma. Si era messo a lavorare, e da commesso di negozio divenne il più ricco commercíante di stoffe a Chicago e a New York. Viaggiava in aereo personale.
2) Ricordo un altro paesano, contadino, che da giovane era emigrato in Argentína e che al tempo delle sanzioni decretate contro l'Italia dalla Società delle Nazioni a Ginevra, venne a Roma ed offrì a Mussoliní (non so a quale prezzo) 400.000 quintali di grano. Mussolíni, per orgoglio o per politica, non accettò l'offerta.
  
Io non sono un « laudator temporis acti », ma dove si trovano oggi dei tipi di scurcolani come Peppe Barnaba, Capoccio, Minicuccitto, Fabiano Blasetti, Angeluccio Trombetta, Faustino Colucci, Scenza la Macellara, Mariuccía la Cogliara?lo non posso « ritrar di tutti appieno ... ». Parlerò solo di qualcuno, e prima di tutti di Peppe Barnaba. Se Dante lo avesse conosciuto avrebbe esclamato: quando in paese un Peppe si ralligna? ... Ma chi era Peppe Barnaba? Un pittore, uno scultore, un musicista, ma soprattutto uno spirito bizzarro. Di buona famiglia, nipote di don Lorenzo Barnaba, prete, che nel 1860-61 si schierò, quasi solo, fra i quaranta preti di Scurcola, dalla parte dei Piemontesi contro i Borboni. 
 
Nominato commissario governativo, in regime di legge marziale, aveva diritto di vita e di morte nella repressione del brigantaggio.  Nel gennaio del 1861, di notte, Scurcola fu occupata dai briganti, cioè dai soldati borbonici, sbandati dopo la battaglia del Volturno e rifugiatisi nella Marsica a seguito del generale De La Grange e del famigerato studente in legge Giacomo Giorgi di Tagliacozzo. 
  
Nella notte seguente a quella ricordata furono catturati dai bersaglieri di Scurcola e da quelli accorsi da Magliano e da Avezzano, trecentosessantasei di tali sbandati, che il giorno dopo furono subito processati e condannati a morte da don Lorenzo, che presiedeva il tribunale di guerra: ottantanove sentenze erano già state eseguite, quando da Avezzano giunse l'ordine di sospendere le fucilazioni. Don Lorenzo chiedeva ad ogni prigioniero le generalità e subito segnava una croce accanto al nome. Fra i prigionieri c'era un giovane di Villa San Sebastiano che egli aveva tenuto a battesimo: « Chi sei? », gli chiese il prete; e il giovane: « Come? non mi riconosci? Sono Bonifazi ». « Eri Bonifazi! Ora sei Malefazi! ». E Don Lorenzo segnò anche per lui la fatale crocetta!
  
Animo più mite era il nipote don Peppe Barnaba. Non era prete, ma il "don" gli si dava per rispetto. Quando sul finire del secolo seppe che il Principe di Napoli sarebbe venuto ad assistere ai lavori di ricognizione della pianta della Basilica angioina di Santa Maria della Vittoria, si fece trovare nei pressi vestito da contadino, scarpe grosse e vanga in mano, a scavare. Il futuro Vittorio Emanuele III lo chiamò: « Buon uomo, cosa fate? ». « Altezza, scavo per trovare pietre scolpite ». « E che avete trovato finora? ». « Un puteale, una meraviglia! ».  Il principe volle vedere e rimase ammirato. Ordinò che le pietre fossero tutte acquistate dal Soprintendente ai monumenti per 5.000 lire. Da Roma, diventato Re, spedì al Barnaba il diploma di cavaliere. 
 
Ma il Soprintendente non si fidò. Le pietre erano state scolpite dal Barnaba stesso nel suo orto presso la scuola; e per dare ad esse una certa patina di antichità, finita la scuola, chiamava gli scolari a fare sulle pietre la pipì. 
Il Soprintendente venne a Scurcola e chiese a don Ernesto Ansiní, arciprete della nuova chiesa di Santa Maria della Vittoria in capo al paese, dettagliate notizie sul Barnaba.  Don Ernesto rispose, ambiguamente: « è un bravo artigiano, scolpisce sepolcri e restaura Cristi, come quello del pulpito della mia chiesa ». Il Soprintendente ascoltò, vide il Cristo e non fece acquistare il puteale! Don Peppe si vendicò di don Ernesto. 
  
Nella loggia della sua casa a Scurcola dipinse una scena che noi scolari abbiamo più volte ammirata: una ammucchiata di preti e di monache in tutte le posizioni possibili. Alcuni anni prima, nel decennale del prosciugamento del Fucíno, il Principe Torlonía volle che si tenesse in Avezzano una mostra dei prodotti del Fucino, anche per controbattere le affermazioni dei Comuni di Scurcola, di Magliano e di Tagliacozzo, che avevano intentato causa contro di lui per il degradamento del clima dovuto al prosciugamento del lago. 
  
Gli avezzanesí erano allora detti cococciari, perché grandi produttori di zucche; gli scurcolani, cipollari; i tagliacozzani, pignatari... Alla mostra don Peppe presentò un organo, le cui canne erano tutte zucche, lunghe, contorte, ma accordate alle note musicali. Grande successo presso il Principe, ma indignazione degli avezzanesí che si credettero beffati e distrussero l'organo. Don Peppe era spesso richiesto dai paesi vicini come accordatore e riparatore di organi. Ma per prima cosa egli richiedeva ai paesani una speciale colla di cento uova fresche, che solo lui sapeva preparare. C'era a Scurcola un convento di Cappuccini, su una vicina collina, presso l'antico cimitero. Gli scurcolani erano particolarmente attaccati e devoti alla cerimonia del Perdono di Assisi, il 2 agosto.  Comitive si recavano al Convento, facevano le « passate », recitavano cioè il rosario girando attorno attorno alla croce del chiostro. Dopo la devozione, si spargevano nelle vigne e nei boschi vicini a fare baldoria, a merendare, a fare scorpacciate di fichi - ottimi - e di pere. 
  
Tra Scurcola e i Cappuccini c'era la vigna di Peppe Barnaba con il relativo casale, sorto sulle rovine di una villa romana. Era la tappa d'obbligo, tanto attesa, per rendere omaggio a don Peppe, che « metteva mano » alla botte di malvasia ed ai suoi scherzi. Egli serviva il biondo nèttare in vasi di coccio, ma non della forma di boccali, bensì di altri vasi che il Parini avrebbe chiamato « le spregiate crete »... Alla esitazione degli ospiti, egli dava l'esempio tracannando avidamente la spumeggiante malvasia, lisciandosi soddisfatto la bianca barba e i folti baffoni. « Voi badate solo alla forma! », esclamava.
Altri scherzi faceva don Peppe. A Scurcola c'erano, e ci sono tuttora, scuole elementari ed asilo, tenute dalle Maestre Pie Fílippini. Quasi tutti gli scurcolani sono stati loro allievi. 
  
Le maestre erano brave e talune belle o bellissime. Nelle vacanze venivano da Roma a villeggiare anche delle giovani converse. Partecipavano anche loro e volentieri alle « passate » ai Cappuccini. Da tempo nel paese si era diffusa la coltivazione del baco da seta e Barnaba aveva nella sua vigna dei bellissimi fílari di gelsi. Con l'aiuto di alcuni giovani egli intrecciò i rami frondosi di una fila di gelsi con quelli della fila opposta; ne fece una galleria aerea, lunga una quarantina di metri, con una scala all'inizio ed una alla fine.  Guidata dalla Superiora, suor Checchina, bella e forte monaca, sogno di molti quarantenni, la schiera delle converse tornava dai Cappuccini ridendo e schiamazzando, come uno stormo di rondini. Don Peppe le invita cortesemente: accettano! Offre loro ciambelle e bottiglie di malvasia e le induce a fare le « passate » sulla galleria. Salgono baldanzose, guidate dalla Superiora. Fanno i primi passi, benissimo, ma a metà percorso si infilano con i piedi e le gambe nell'intreccio più rado dei rami, con risa e spavento. Accorrono i giovani e da sotto la galleria cercano di districarle, con le mani operose e molto curiose! Suor Checchina non fece mai più queste «passate ».
 
 


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