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Il tempio votivo
Testo a cura di Carlo Grassi
In seguito a questa battaglia, la Marsica si arricchì di uno dei più grandi monumenti che l'arte borgognona abbia saputo produrre sotto il dominio angioino. Il vincitore di Corradino volle che si innalzasse sul luogo della fase decisiva "ad onor di Dio e della B. Vergine in prò della salute sua e dei suoi predecessori e successori e di coloro che erano morti, un monastero di Cistercensi intitolalo a 5. Maria della Vittoria" (Del Giudice). Ed il monastero sorse come per incanto in men che otto anni nei piani di Scurcola secondo le istruzioni dello stesso re Carlo. (Gavini) E' evidentemente l'adempimento di un voto antecedentemente espresso. L'esito della battaglia non era senza trepidazione per l'Angioino, nonostante le doti strategiche del vecchio Alardo, giacché l'esercito di Corradino era più numeroso (5.000 uomini, superava di parecchie migliaia quelle del competitore - Balan - ), né era sprovvisto di bravi capitani. L'erezione del Tempio, il titolo ci lasciano intravedere come Carlo abbia invocata la Madonna prima della battaglia. Sappiamo inoltre che combatteva per i diritti della Chiesa contro Corradino già scomunicato ed Alardo si decise a prendere le armi in quanto ritenne quella battaglia una crociata.
  
Parla diffusamente di questo voto il Corsignani, citando, fra gli altri, il Malespini: "per voto prima fatto e per suffragare le anime dei defunti soldati, che furono ivi sepolti, Carlo innalzò un Tempio", e l'Ughelli nell'Italia Sacra (Tom. VII, 810): "Né dimentichiamo che nel medesimo anno (1277) in cui Re Carlo aveva fondata la Regale Valle, costruì un altro Cenobio di non minore maestosità tra il lago Fucino e gli altissimi monti dei Marsi nei Campi Palentini presso Scurcola, proprio cioè in quel luogo, dove riportò la Vittoria su Corradino, che volle chiamato DELLA VITTORIA; aveva infatti fatto voto di questo Tempio alla Vergine Deipara…" Non ci sfugge l'aspra critica di cui è stato fatto oggetto l'operato di Carlo d'Angiò, specie fra gli autori moderni. Lo scopo di questo studio non ci permette di attardarci su di essa. Ci siamo accontentati di citare autorevoli cronisti dell'epoca, e passiamo senz'altro all'esecuzione del voto. Il Gavini, Storia dell'Architettura in Abruzzo, vol. I pag. 401, ci dà un'ampia descrizione dell'Opera. Che trascriviamo quasi integralmente. Il Re affidava ai suoi famigliari il I gennaio 1274 l'incarico di riferire sulla scelta del luogo e sul preventivo di spesa e infatti frate Giacomo, maestro Pietro De Chule chierico della Curia, Simone d'Anget e Pietro Carelli insieme all'abate di Casanova in un mese di tempo avevano già eseguito il mandato. 
  
E il cantiere fu organizzato così rapidamente che prima della fine di Marzo 1274 erano gettate le fondamenta del grande edificio. Amministratori dell'opera furono il monaco Pietro dell'Oratorio e il Giudice Angelo da Foggia, il maestro Pietro De Chule ne fu il direttore tecnico come persona di fiducia del Re. Ma l'opera di questi dovette essere più che altro di controllo, perché nel maggio 1274 era di già trasferito a Scafati per la costruzione di S. Maria di Real Valle "l'Abbazia gemella della Scurcolana" (Egidi) insieme a due monaci mandati in Italia dall'abate Rayaumont e con un architetto. Dal febbraio al giugno 1275 troviamo soprastante ai lavori Henricus de Assana Gallicus protomagister che era arrivato insieme col Gualtiero Di Gentile da Sulmona e con Giovanni da Messina. La costruzione procedeva così rapidamente che la mattina del 12 maggio 1275 alla presenza del Re Carlo poté celebrarsi la cerimonia della consacrazzione della Chiesa appena incominciata. 
  
Ma risulta da documenti che nella primavera e nell'estate del 1282 ancora si lavorava a ultimare le volte e a fare i tetti, mentre Enrico d'Arsum chiedeva ferro per le porte, piombo per le invetriate, ecc. Gli ultimi scavi del Ministero (1900), seguita il Gavini, hanno messo in luce quasi tutta la pianta dell'edificio, ossia i muri di fondazione della Chiesa, del chiostro attorno a cui sono il locutorium, l'aula capitolare, il refettorio, le cucine, i magazzini. 
La Chiesa (di m. 78 x 22) corrisponde al tipo di Fossanova ma con maggiore sviluppo dell'area presbiteriale. Anzi le proporzioni generali della pianta, specie nel transetto, corrispondono meglio alla Chiesa di Casamari che a quella di Fossanova. Il Tempio era a croce latina, a tre navate. Le navate divise nel senso longitudinale in sei campate ed il transetto in tre, compresa la fila di cappelle laterali al presbiterio. Vi è però da notare che il coro rettangolare invece di essere, come si usava comunemente, ristretto alla larghezza della sola nave centrale, fu tenuto uguale alla larghezza delle tre navi di cui sembrò la continuazione. Nei brevi tratti di muraglia in elevazione si riconobbero qualche inizio di semicolonna e le basi dei pilastri delle navatelle ancora in opera: ma i pochi frammenti pubblicati dal Ministero e dal Piccirilli sono cosa troppa meschina in confronto all'importanza del monumento e della bellezza che aveva raggiunta l'architettura nel periodo angioino. Certamente il modo incompleto col quale furono eseguiti questi ultimi scavi lascia sperare che le zolle erbose nascondano ancora frammenti di maggiore importanza.
  
I materiali furono le ciclopiche pietre e i marmi preziosi tolti dagli stupendi monumenti di Alba Fuccnse, già distrutta. Persino da Amatrice fu portata una grossa campana antica, tolta ai Frati Minori per ordine di Carlo, e fissata sulla torre che certamente si levava ardita nel mezzo della crociera, onde di lassù il suo squillo argentino corresse per le valli e per i monti, a Tagliacozzo, a Scurcola, a Magliano, ad Albe, sino alla piana del Fucino, sino alle nevi del Velino" (Egidi). Le istruzioni date dall'architetto del re, nel giugno 1278, che cioè tutta la Chiesa fosse "murata in pietra concia piana, ma gli angoli, le finestre, le crociere, gli archi e i pilastri fossero sagomati", lasciano concepire la sontuosità dell'opera. Importantissimi resti della costruzione sono due mirabili portali ancora esistenti a Scurcola: uno nel fianco della nuova Chiesa di S. Maria della Vittoria che sorge nell'alto del paese, l'altro nel prospetto della Chiesa di S. Antonio nella Via Valeria. I due portali, li descrive il Gavini, sono eguali nello schema essenziale borgognone e nel disegno, uguali nel concetto prevalente per cui tutta la plastica architettonica doveva rientrare nel vivo della muraria, uguali nella modanatura e nelle decorazioni. 
  
Al vano rettangolare si sovrappongono l'archivolto in terzo punto e rientranze sagomate ed un lastrone sagomato trilobato con doppio ufficio di lunetta e di architrave. L'archivolto modanato a due tori alternati con gusci, poggia su per le spalle ove si ripetono verticalmente gli stessi elementi: ai tori corrispondono colonnine dello stesso diametro e la sagoma che disegna il tribolo discendente verticalmente sul ciglio dei due stipiti. In ambedue i portali nel campo trilobato una croce a fiordaliso rivolta sul lastrone che architrava poggiando su mensoline. E' la croix fleurdalisè di cui sovente si ornavano le lune dei portali cistercensi nel sec. XIII e nel seguente. La zona dei capitelli è altissima in rapporto al sottile fusto delle colonnine. L'abaco è tagliato ad esagono con facce sagomate, la campana imbutiforme è fasciata da due ordini di foglie magre ove le estremità si ripiegano in bottoni bucherellati. Le basi, che l'Eulart dice un esempio raro per l'Italia, in quanto rappresentano la transizione dalla base del sec. XIII alla base flamboyante, sono ad alte zoccolature prismatiche con toro appiattito sporgente al di fuori del punto e collegate in basso da una stilobata comune. La larghezza del vano è in ambedue in. 1,84 e l'altezza di In. 2,76. Nel Tempio occupavano una posizione simmetrica. 

 
Tratti dal libro "S.M. della Vittoria nel II° Centenario dell'incoronazione, 1957"
 
 

 
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