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Testi a cura di Maria Isabella Pesce
"Ad providendum de loco et situ loci in quo mon. ipsum melius construi valeatetedificari de novo", nel gennaio del 1274, come stabilito dal Capitolo Generale, giunsero da Le Loroux in Abruzzo i monaci Pietro 'de Oratorio' e Giovanni, l'abate di Casanova e alcuni uomini di fiducia del re: frate Giacomo, Pierre de Chaule, Simone d'Angart e Pietro de Carrelli. Nei Campi Palentini, teatro della battaglia e in conformità con quanto prescritto dall'Q.rHine "licet nobis possidere ad proprios usus aquas, silvas, vineas, prata, terras a secolarium hominum hahitatione remotas", fu individuata una zona pianeggiante, alle pendici del monte S. Nicola, tra il fiume Imele e la via Valeria. L'abbazia poteva così disporre degli elementi indispensabili per mettere in atto l'ora et Iabora, concetto base della regola benedettina il cui senso fu particolarmente rafforzato dalla riforma cistercense. 
  
La scelta del luogo si dimostrò ancor più idonea per la vicinanza delle cave di pietra di Carce e Montesecco che indubbiamente favorì il reperimento e il trasporto del materiale edilizio. Nel mese di marzo, infatti, erano già gettate le fondamenta della costruzione per la quale, come per tutte le opere regie, erano stati nominati i responsabili amministrativi. Al monaco cistercense Pietro e al giudice Angelo da Foggia venne dato l'incarico di "receptores et expensores pecunie operis" ma "cum notitia et consilio clerici Petri de Chaule". Del ruolo di responsabile amministrativo, generalmente affidato ad un ecclesiastico, fu incaricato, quindi, Pierre de Chaule, "clericuset familiaris noster", uomo di fiducia del sovrano e suo rappresentante sul cantiere della Vittoria e anche, con le stesse funzioni, nei cantieri reali di Realvalle, Castel Nuovo e Castel Capuano. Dopo solo tre anni, nel luglio del 1277 le strutture potevano già accogliere la famiglia monastica di venti monaci e dieci conversi richiesta da Carlo d'Angiò agli abati di Citeaux e Le Loroux per la nuova fondazione. 
  
Il balivo d'Angiò provvide alle spese per il trasferimento dei monaci e per acquistare a Parigi i testi liturgici. Nello stesso mese fu redatto anche il diploma con il quale il sovrano dotava le abbazie di un ricco patrimonio.
I monaci giunsero a destinazione nel gennaio 1278; secondo la prassi seguita nella costruzione dei monasteri cistercensi, almeno la parte orientale della chiesa e la loro abitazione dovevano essere in opera: pochi mesi dopo, infatti, il 12 maggio 1278 fu celebrata la cerimonia di consacrazione della chiesa abbaziale. Per questa occasione il re si fermò tre giorni nella Marsica e certamente, oltre a presenziare alla cerimonia, ebbe modo di verificare personalmente l'andamento dei lavori e di riorganizzare il cantiere insieme all'abate Bartolomeo e al nuovo expensor Gualtiero da Sulmona.
  
In quegli stessi giorni giunse alla Vittoria Henri d'Asson, il proto magister al quale fu affidato l'incarico di soprastante ai lavori ricoperto all'inizio da Pierre de Chaule. Con Henri d'Asson ancora una volta troviamo un francese a dirigere un'opera reale, così come tra le maestranze è documentata, accanto agli operai reclutati localmente e al di fuori del regno, la presenza di maestri oltremontani. Una conferma dell'ipotesi che al momento della consacrazione solo una minima parte della chiesa abbaziale era costruita, è data dalla lettera del 6 giugno del 1278 con la quale Carlo I, in quei giorni a Roma, dava precise indicazioni sul modo in cui voleva che fosse costruita "...totum vero opus ecclesie predicti mon. de opere piano fieri volumus, exceptis cantonibus. fenestris, arteriis, arcubus et pileriis, que de opere inciso fieri faciatis". Due anni dopo, alla fine del 1280, la costruzione della chiesa era giunta all'imposta delle volte - "fieri faciendis armaturis voltarum" - e il refettorio era quasi terminato, mancavano solo porte, finestre e le tavole "ad comedendum". 
  
La massima intensità dei lavori fu raggiunta tra i mesi di aprile e settembre del 1281 quando all'abbazia lavoravano quasi 450 persone con circa 350 tra buoi e cavalli. Verso la fine dell'anno restavano da realizzare, infatti, solo la copertura e gli infissi delle finestre del dormitorio dei monaci. Le spese documentate nel 1282 testimoniano che la costruzione era quasi giunta a termine; si parla, infatti, della fabbricazione delle tegole, della copertura a volte del monastero, della realizzazione degli stalli del coro per i monaci e i conversi, dell'acquisto dello stagno e dei vetri colorati per le finestre di chiesa e refettorio e, infine, del trasporto, a S. Maria della Vittoria, della campana della chiesa dei Minori di Amatrice. I preventivi per l'inverno 1282-1283 sono le ultime attestazioni del perdurare dell'attività costruttiva nell'abbazia di Scurcola. Per questo, considerando l'avvenimento dei Vespri siciliani e il fatto che successivamente nei documenti in cui è nominato, il monastero non è più detto "quod fit in partibus Aprucii", Egidi ha posto l'interrogativo che la costruzione possa essere rimasta incompiuta.
  
Questa possibilità sembra comunque poco verosimile se, come si è visto, negli ultimi anni per i quali è documentata l'attività del cantiere, si parla prevalentemente delle coperture e di lavori, quali l'esecuzione degli stalli del coro e delle vetrate policrome, che possono essere considerati 'di rifinitura' e benché nell'autunno del 1282 fossero ancora presenti operai e prevista per il cantiere una spesa di 37 once - fatti, questi, che senz'altro confermano il persistere dei lavori - appare molto probabile che le opere specificamente costruttive fossero ormai terminate. Nella documentazione successiva risulta che negli anni intorno al 1300, precisamente durante il regno di Carlo TI, grazie alle donazioni reali e agli acquisti, l'abbazia godette del massimo splendore e l'abate divenne "uno dei più potenti baroni d' Abruzzo". Immediatamente dopo inizio un 'inarrestabile decadenza: nel 1313 i soldati di Arrigo VII minacciarono di distruggere il monastero per vendicare Corradino; in seguito, tra la fine del XIV e il XV secolo, l'abbazia fu danneggiata dagli scontri avvenuti nella Marsica tra durazzeschi, angioini e aragonesi, tra spagnoli e francesi e tra Orsini e Colonna. 
  
La politica attuata dai successori di Carlo I perse il carattere di dominazione straniera mirando piuttosto ad amalgamarsi al contesto locale, così anche nell'abbazia scurcolana, pur contravvenendo alla volontà del fondatore, la presenza di monaci francesi andò diminuendo sino a scomparire del tutto durante il regno aragonese. Nel XV secolo furono venduti diversi terreni di proprietà dell'abbazia che i monaci iniziarono ad abbandonare; con ogni probabilità le strutture monastiche furono rese definitivamente inabitabili a causa dei tre terremoti che colpirono l'Abruzzo tra il 1498 e il 1506 anno nel quale S. Maria della Vittoria e tutto il relativo patrimonio furono dati in commenda ad Alfonso Colonna. A partire dal XVI secolo numerose testimonianze riferiscono sullo stato di rovina del cenobio usato come terreno di pascolo e cava di materiale per le costruzioni della zona. Tradizionalmente sono ritenuti provenienti da S. Maria della Vittoria il portale di facciata della chiesa di S. Antonio sulla via Valeria, montato nel 1518, e quello laterale della chiesa costruita nel 1525 accanto al castello Orsini di Scurcola e nuovamente dedicata a S. Maria della Vittoria a conferma della sospensione di ogni attività religiosa nell'antico monastero cistercense.
  
Nel 1888, il Demanio dello Stato vendette all'asta i beni dell'abbazia esclusi i ruderi, che furono dati in custodia al comune di Scurcola e successivamente, nel 1892, al proprietario dei terreni confinanti. Dopo la campagna di scavi e il rilievo della configurazione topografica dell'area monumentale realizzati nel 1900, l'affidamento in custodia dei ruderi fu rinnovato alla condizione che ne fosse garantita la conservazione. La realtà odierna dimostra il mancato rispetto di tali impegni e, in confronto alla situazione documentata nel 1900, un ulteriore irreversibile degrado:non esistono più, tra i ruderi sommersi dalla vegetazione e, in alcuni punti, dagli alberi, resti di scultura architettonica e le strutture, inevitabilmente danneggiate dai numerosi terremoti, rovinano in uno stato di abbandono totale. Per questo motivo, nel 1977 l'Archeoclub della Marsica ha promosso una campagna di rilievo topografico della chiesa e di ripulitura e recinzione dei ruderi. 
  
Il progetto non è stato mai realizzato, e solo nel 1986 la prof. Angiola Maria Romanini, che da anni guida le ricerche sull'architettura cistercense e sull'arte italiana del '200 della cattedra di Storia dell'Arte Medievale presso la Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Roma La Sapienza', ha potuto promuovere i lavori di ripulitura dalla vegetazione dell'ala est del monastero e la relativa campagna di scavi - della quale sono pubblicate in queste stesse pagine i risultati - brillantemente diretta dalla prof. Marina Righetti Tosti-Croce, studiosa da tempo impegnata nell'architettura cistercense e angioina.
 
 

 
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