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Camminando per Scurcola
Testo a cura di Tito Spinelli  maggiori info autore

Scurcola Marsicana....scalinata stile liberti del Palazzo Vetoli
 
Scalinata monumentale del Palazzo Vetoli
 
 
Particolare della scalinata monumentale del 
Palazzo Vetoli
 
 
  
Scorcio dell'abitato
 
Quercia di Donato (età circa 750 anni)
 
Quercia di Donato 
(età circa 750 anni)
 
 
Finestra biforata del palazzo gentilizio di 
Via Corradino
  
 
Antica foresteria dei frati. Ora Casale Colucci
Entrare nell'abitato non potrebbe essere più suggestivo per il raccoglimento che ispira la Chiesa di S. Egidio, con accoste alcune acacie. Sulla facciata rugosa spiccano il portale romanico-ogivale e il rosone sfilizzato che ricorda, nella imbastitura crocifera, il giglio dì Francia. Molti i particolari stilistici e costruttivi che la ricollegano a quello dell'Abbazia di Casamari. La chiesa venne ad erigersi su di un manufatto inferiore, come è dato rilevare dagli archi sottostanti, tanto che il piano strada doveva essere, in epoca anteriore, sicuramente più basso di quello attuale. Il restauro, ben condotto, ha preso in considerazione gli elementi originari conventuali, improntati a sobrietà esecutiva e li ha valorizzati rintracciandone i materiali pietra per pietra, in modo che il ripristino avvenisse fedelmente e tale da ridare la primitiva fabbrica; sicché la piccola chiesa, proprio per l'estrema semplicità architetturale, non fa che riprodurre o per lo meno ricordare la parca vita condotta dai Carmelitani; i quali, più portati a viaggiare che non a fissarsi stabilmente, accoglievano in forme grevi ed essenziali i caratteri costruttivi mutuati, in maniera più o meno latente, dai canoni francescani, quasi sempre schematizzati secondo criteri di economicità nei materiali e nelle soluzioni stilistiche. 
  
Resta il rimpianto dì non avere sott'occhio il convento annesso alla chiesa superstite, nonché quello esemplato nelle forme 'cappuccine' di Santa Maria del Colle; un accostamento che avrebbe consentito agli studiosi di stabilire interessanti raffronti fra le modalità edificatorie dei seguaci dell'Assisiate e quellì del Carmelo. L'esistenza dì grandi cisterne, nello spiazzo adiacente, avvalorerebbe l'ipotesi che esse fossero ricavate da antiche latomie, probabilmente scavate per trarne blocchi da costruzione. L'interno appare semplice, quasi spoglio, con altare centrale e due laterali, pregevoli nella dinamicità di alcune lesene, e con armonici timpani; mentre più articolato si presenta quello centrale, inframmezzato in due colonne scannellate, e il soprastante timpano interrotto da lunetta quadrangolare, con santo benedicente. Interessanti particolari si possono notare, sotto l'aspetto scultoreo, negli elmi alla base delle colonne, che inducono ad un qualche collegamento di marca storico-guerriera (la battaglia dei Campi Palentini?). L'insieme vive della semplicità che proviene dalla copertura in legno, e perciò distingue un'immagine concreta di ciò che doveva essere la chiesa nel suo primo periodo conventuale. 
  
Da rimarcare altresì la finestrella monofora, sulla destra, di una gentile eleganza, elemento costruttivo certamente attribuibile alla fabbrica più antica. Di contro alla parca compostezza della Chiesa di Sant'Egidio, quella della SS. Trinità si presenta con un impianto di certo imponente e meglio coordinato con i tempi e le soluzioni compositive del secolo XVI.  Eretta in collegiata nel 1585, con aggregati beni e rendite, la chiesa poté godere della munificenza dei notabili cittadini, primi fra tutti quelli della famiglia Bontempi. La facciata, ampia e ben strutturata, e a cui non è estranea la misura del codice espressivo tardo-classico ispirato alle regole dell'Alberti, si incardina su tre timpani, quello superiore, l'altro immediatamente al di sopra della porta principale e l'ultimo sull'entrata laterale. La ripetizione del motivo è in perfetta sintesi col disegno dell'íntero complesso, volto com'è in direzione di una cuspide triangolare immaginaria. 
  
La ripartizione delle appena accennate lesene con falsi capitelli, ne frena l'ascesa, mentre la piccola facciata della Confraternita del Santo Sacramento, a destra di chi guarda, non si appalesa come inerte addizione, ma coordina con l'intero prospetto in maniera accorta e bilanciata. L'architetto ha in qualche modo voluto spezzare la ripetitività dei timpani creando due diversioni: da una parte l'arco sovrapposto alla finestra, e dall'altro l'interruzione con nicchia soprastante l'entrata alla Confraternita. L'accessione successiva della scalinata barocca (1631) a due rampe laterali con prospetto e balaustra interni, lungi dall'insidiare la compostezza della facciata, la rende meno severa e più dinamica. Non si può dire altrettanto dell'altra facciata accanto che si risolve in supporto semplicemente aggiuntivo, se però presa per conto proprio e senza reinserirla nel disegno generale della Collegiata. 
  
Il campanile, tuttavia, meriterebbe uno studio a parte. Infatti le varie sovrapposizioni (quattro differenti modalità di costruzione), denotano interventi distinti nel tempo, cui non sembra da escludere una base alto-medievale (o anche romana?) di torre di avvistamento, proprio sul punto estremo del costone, in grado di inquadrare perfettamente l'area circostante da tre angolazioni. In ogni caso le due facciate, la scalinata barocca e il campanile sono fusi in un insieme costruttivo di concreta suggestione, in cui l'elemento scenografico altera di poco il riassunto architettonico, contemperando due codici compositivi, dato che la scalinata, nel convergere in basso, non fa che ribaltare la cuspide dell'intero edificio. Il concorso del benefattore EX PIA DISPOSITIONE PETRI BONTEMPI I.C. AN. D. MDCXXXII è stato certo felicissimo per avere smussato le severe linee tardo-rinascimentali della chiesa, per convogliarle, invece, verso un'idea di forte movimento che suggerisce alla facciata uno slancio dinamico illusoriamente più elevato. 
E la mancanza di inutili ornamenti non fa che accrescerne l'intimo equilibrio, esplicitamente disposto ad elargire un positivo impatto a chi si appresti a visitare la Collegiata. In effetti Scurcola adottava tempestivamente quanto di nuovo s'andava imponendo nell'edilizia sacra della Roma barocca. L'interno non tradisce le aspettative del visitatore. La navata è ampia, ben rifluita nelle cappelle laterali.
  
Vi fanno bella mostra confessionali ben disegnati e un organo di raffinata fattura, donato da Zenobia Bontempi. Inoltre, la chiesa conserva la croce proveniente dalla distrutta Chiesa di S. Michele Arcangelo di Scurcola Marsicana [ ... ], sulle cui lamine il Piccirilli vide impresso uno dei bolli quattrocenteschi [ ... ] della corporazione degli orafi sulmonesi, bolli successivamente abrasi [ ... ]. Ad avere alterata la primitiva bellezza del corredo sacro sembra siano intervenuti rifacimenti non propriamente impeccabili, con sovrapposizioni di parti di diversa datazione. Nondimeno, le rifazioni, pur se aggiuntive e stilisticamente estranee all'intima essenza della composizione, non hanno del tutto sommosso il conio originario e la datazione, circa la sua realizzazione che si fa risalire al'400, prova o per lo meno induce a rilevare la diramazione della scuola di Nicola da Guardiagrele anche in territorio peligno-marsicano. 
  
Le parentele sono, di certo, di difficile collegamento, ma la finalità liturgico processionale risponde alle motivazioni della committenza. Sarebbe oltremodo profittevole riproporre, sulla traccia di qualche consimile opera d'arte, la penetrazione della scuola orafa guardiese nel circolo degli orafi sulmontini, al fine di una lettura comprensiva di una delle più significative pagine dell'arte orafa abruzzese del XV secolo. L'esplorazione attenta della Collegiata coglie alcuni influssi tardo-rinascimentali nell'altare con ricorrente timpano che lo sovrasta e con una lunetta che ne interrompe la modanatura. La volta è triripartita, fittamente affrescata. Da notare i due stemmi che sigillano la balaustra marmorea, il pulpito seicentesco e due confessionali del '600. Osservando i pilastri della chiesa, in particolare sulla sinistra, si rinvengono alla loro base le antiche pietre provenienti da Albe, usate in parte anche nella costruzione dell'Abbazia di Santa Maria della Vittoria. Ma le sorprese, per chi vuole cercarle, non mancano. Fin qui sono state prese in esame, per la Collegiata, le presenze d'arte più autorevoli con i simulacri stessi di una civiltà nella sfera religiosa, espressa ingegnosamente in alcuni raffinati manufatti, certamente assai notevoli perché aiutano a ritessere la storia di un centro con irradiazioni di sensibilità creativa anche all'esterno. 
  
Se, ad esempio, si vogliono considerare testimonianze pittoriche posteriori a quelle del maggiore artista presente a Scurcola, l'inquietante figura di Saturnino Gatti, non può sfuggire all'attenzíone l'Angelo custode, devozionalmente offerto da una coppia di coniugi e i cui nomi sono apparsi nel contenzioso della "Cardosa" ed ora allocato nella SS. Trinità. Il soggetto non è fra i più originali, ma il suo studio potrebbe aprire nuovi spiragli esplorativi nel manierismo accolto nell'ambiente scurcolano, magari dietro suggestioni del clero locale. La maniera (ma qui va esclusa ogni esemplificazione riduttiva) risente abbastanza di un indirizzo didascalico proprio di scuola romana, attardata su forme compositive di tranquilla fase architetturale. L'intento del dipinto è dunque asseverativo: viene ciò a ratificare, nelle proporzioni simmetricamente bilanciate, il precetto della custodia, un aspetto non trascurabile nella dogmatica cattolica. L'allusíone protettiva produce un'impressione rassicurante, ove si voglia porre a confronto l'imponenza dell'angelo con la figura del bambino. L'elemento e lo sfondo localistico e concettuale del lavoro sono definiti nel paesaggio dietro le grandi ali dell'angelo e servono a costruire un ripiego illusionistico; e la mano dell'angelo ubbidisce alla intenzionalità di un'indicazione ultraterrena, che è poi lo scopo insegnativo del dipinto. 
  
Il quale si inserisce nel circolo della pittura prettamente devozionale, destinata quindi a tradurre sinteticamente un ammaestramento ed un'ammonizione. Si ricava tuttavia una osservazione: il quadro è in precarie condizioni; perciò il suo restauro si impone con assoluta priorità anche per tenere presente, a livello di inventario critico, le diramazioni di scuole prestigiose all'interno del territorio abruzzese, che cominciavano ad adottare canoni meno trionfalistici quanto ad agiografie pittoriche per mediare, al contrario, un più stretto colloquio con i fedeli. Per quanto riguarda il fabbricato del Santo Sacramento, l'interno, più da cappella che da chiesa, presenta una volta con notevoli affreschi. L'altare è immesso fra due colonne scannellate con timpano contenente una raffigurazione con due medaglioni ai lati. I due affreschi laterali, Definizione del dogma dell'Immacolata a sinistra e la Natività a destra sono in mediocre stato di conservazione. Nel vano retrostante, Cappella dell'Immacolata Concezione. Gli altri oggetti d'arte che vanno enumerati si restringono ad un Calice di scuola napoletana "tutto pervaso dalla pastosa decorazione barocca, che gli effetti chiaro-scurali accentuati dalla lavorazione "a getto" rendono ancora più vivace. L'articolata composizione di volute e di testine di cherubini, che si fanno preminenti sul nodo, intrecciati con i simboli della passione ripetuti sulle varie componenti del manufatto, riconducono agevolmente alla bottega dell'argentiere Gaetano Starace, attivo a Napoli tra il Sei e il Settecento" . Per la sua ricca, minuta ornamentazione l'opera traduce e porta al parossismo decorativo quegli elementi canonici propri dell'arte orafa napoletana che, nei grovigli marmorei dei suoi obelischi, hanno trovato una collocazione scenografica all'aria aperta. Non meno importante l'ostensorio "caratterizzato da una base adorna da coppie di testine di cherubini e sormontata da una figurina angelica a tutto tondo che sorregge una cornucopia, da cui emerge un cuore fiammeggiante posto a supporto della fenestrella raggiata, circondata da tralci e pietre verdi". 
  
La derivazione del lavoro è di schietto ambiente napoletano, segno ancora una volta dell'attrazione esercitata dalla capitale del reame per ordinazioni del genere. La ricognizione su altri reperti permette di avere sott'occhio alcune testimonianze di apparati liturgici di gran pregio, la cui preziosità è peraltro da ricollegare alla funzione capitolare della Collegiata. I lavori possono essere rimessi, per origine, all'ambiente romano e napoletano. I vari moduli decorativi, infatti, presuppongono scuole autorevoli per la loro realizzazione, che denotano tendenze prossime ai laboratori di ricamo sacro centro meridionali. 
La datazione degli apparati è da farsi risalire al XVIII secolo. Ciò apre una interessante ipotesi su di un periodo che dovette essere di splendore per la Collegiata, nel cui ambito il Capitolo dei canonici riusciva ad esprimere le funzioni vicariali di una cattedrale e il cui numero, nel Settecento, passò da dieci a cinque, ben sostenuto da vaste rendite quantificabili in ducati e chiese aggregate. Sempre per quanto riguarda la Collegiata non va trascurata la cosiddetta 'porticina' in legno intagliato, anch'essa databile al XVIII secolo, di estremo valore per la sua particolare ornamentazione: "le due ante recano tre listelli a modanatura varia, due pannelli decorati con volute arricciate, armoniosamente composte a suggerire l'idea della croce, e includenti due angeli" . Si tratta, dunque, di un pregevole lavoro che, nella esiguità dello spazio, ha saputo offrire all'intagliatore la possibilità di eseguire rilievi con evidente capacità di attrazione dinamica, specie nella lieve divergenza dei due angeli. Nell'uscire dalla SS. Trinità si noti, sul lato ovest, l'inclusione di una porta, con fregio sovrastante e pietre squadrate connesse con nuovi sistemi murari. 
  
E' probabile che la porta possa essere stata ricavata da chiesa anteriore, dato lo stile che appare superstite a quello attuale. Infine, la torre, presenta, appena si salga il ripido pendio, due bassorilievi, una leonessa e una zampa, sempre di leone, con tracce di pietre ben lavorate e di un piccolo timpano, Rivaleggia con la rocca, alla sommità dell'abitato, la nuova chiesa di S. Maria della Vittoria, eretta accanto ad un manufatto che avrebbe avuto tutto da guadagnare se fosse rimasto completamente esposto allo sguardo del visitatore. In realtà la chiesa della Vittoria crea una situazione di appesantimento nella ingiunzione delle sue linee architettoniche, chiaramente disarticolate dal contesto ferrigno del castello, la cui fiancata viene quasi preclusa all'accesso. Contrasto avvertito anche in passato, ma oramai talmente consolidato che gli scurcolani stessi non sanno più fare a meno di questi due simboli (ciascuno per la sua parte di potere), che riassumono visivamente la loro storia. Tuttavia l'inserimento di un edificio del genere in cima all'abitato apre una doverosa congettura: la tradizione, oralmente consolidata e con qualche addentellato storico, vuole che gli scurcolani fossero dalla parte di Corradino, almeno il popolo minuto, e che l'insediamento dell'Abbazia della Vittoria nel XIII secolo nel sito già Villa Pontia ed ora Setteponti fosse accettato con qualche riserva, benché la realizzazione dell'imponente opera apportasse ristoro alla economia del modesto centro di allora. Perciò, a voler credere alle poche edificanti vicende aleggiate intorno ai frati cistercensi, custodi dell'Abbazia, e di fronte alla rovina della stessa nel corso del tempo, con i materiali asportati per farne nuovi manufatti, il minimo che ci si potesse aspettare era di dare ragione alla fatalità delle cose: tempus edax rerum. Ma l'avvenuta edificazione della chiesa accanto al castello, in grado di perpetuare il ricordo di quella diruta, potrebbe. far smentire certe simpatie, magari "ricostruite" a posteriori e far emergere stavolta altre di natura devozionale. Urgeva dare, quindi, a tale irisorto sentimento un luogo cultuale, quasi a somiglianza delle are erette dai progenitori nei recinti inaccessibili, alla portata dei fedeli. 
  
Il pensiero di raggentilire le severe asperità del mastio non fu completamente immotivato. Il potere feudale dei Colonna veniva così a smussarsi in sorta di allegoria edificatoria, rispetto alla pur arbitraria collocazione dell'edificio sacro che, d'altronde, non comprometteva le esigenze e le finalità della fortezza, scaduta probabilmente a residenza signoriale sporadica. Ma la sensibilità e la continuità storica degli scurcolani nel 1525, anno della erezione della nuova chiesa (ma restaurata e modificata nel 1849), portarono a legare in qualche modo il vecchio edificio abbaziale dei Campi Palentini col più recente. L'incorporazione di un portale ogivale, con lunetta trilobata, proveniente dalla diruta abbazia cistercense, sta a significare la riconsiderazione del fatto d'arme in aggiornate forme espressive. Nel suo disegno, alquanto semplice e poco innovativo, la chiesa non dice granché sotto l'aspetto architettonico, ora sottoposta a restauro, salvo per il ricordato portale d'una eleganza goticamente pura anche sul piano della concettualità storica e sopra tutto per la statua lignea della Madonna col bambino del secolo XIII assieme alla cassa istoriata (o tabernacolo) che la contiene. Il legno scelto per la realizzazione della scultura - l'olivo - vuole forse significare un latente omaggio alla pace? 
  
L'attribuzione dell'opera alla scuola di derivazione gotico-francese, sempre del secolo decimo terzo, non fa che confermare la prosecuzione e l'omogeneità sia dell'Abbazia della Vittoria sia dei suoi arredi. Gotici gli architetti, gotici gli artisti: un lembo della Francia mistica nei compatti Piani Palentini. 
In effetti la composizione scultorea (provvisoriamente situata nella Collegiata) si articola secondo una cognizione compositiva ascensionale che riprende, nei panneggi e nei particolari della figura, la tormentata sinuosità propria del tronco d'olivo; anzi va detto che tutta la figura, espressivamente escavata dalle fibre del legno, viva questo patema tegumentale, partendo da una base, dove la larghezza indica quella più consistente del ceppo e si commisuri "goticamente" al capo della Vergine e dell'Infante. 

 
Certamente abile nel raffigurare i volti dei personaggi, l'artista ha concesso ai tratti del viso verginale l'armonico allungamento delle sculture immesse nelle nicchie delle facciate gotiche, accentuandone lo slancio d'insieme frenato dal faccino rotondo del Bambino. Lo sguardo della Madonna appare assorto, mentre quello della sua creatura mira a comunicare con i fedeli attraverso una partecipazione più attiva, meglio esplicitata dal palmo della mano sinistra. Le due sculture, sensibilmente'assemblate', sono frontali; e ciò è maniera canonica di coinvolgere lo spettatore; ma è la convergenza diversificata dei due sguardi a sollecitarne l'attenzione e la convergenza in un ambito attivamente spirituale. Le corone d'oro e lo scettro, offerti più tardi (1757 e 1857) non aggiungono altro alla grazia e alla maestà della scultura, improntata per corrispondere ai vecchi interni, rigorosamente spogli ai quali adduceva l'arte cistercense. Rispetto alla statua, anche la cassa che la custodisce ha un notevolissimo valore artistico, specie per le pitture che adornano le parti interne delle ante. Il fondo della cassa è di colore azzurro, tappezzato di gigli angioini, mentre i dipinti sono stati eseguiti a tempera su tela. 
 
 


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