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La fucilazione del 1861!
Testi a cura del prof. Angelo Melchiorre  maggiori info autore
L'episodio assume notevole interesse, specialmente perché, tra i diritti rivendicati dal Quercia, vi sono quelli connessi con la pesca nel lago del Fucino, che risalivano ai privilegi concessi all'abbazia dallo stesso re Carlo I d'Angiò, e che adesso il Quercia tenta di rcuperare, fecendosi forte dell'appoggio della Corte di Napoli. Si tratta del "diritto di pescare di giorno, e di notte nell'alto, basso, ripe, ed in qualunque parte del lago Fucino con due barche Caporali, con tenere il corredo di venti barche minori, o siano adiutrici, ed il servizio di centotrenta Pescatori patentati, compresi i Solanieri, che tutti godono l'esenzione del Foro baronale, e restano sotto la giurisdizione di un Delegato, e di provvederle di doppi ripari, e di doppi ordegni, e di andare con esse, e con le loro adiutrici, e patentati a pescare i Mucchi altrui, quando sono chiamate, e la terzaria, o sia terza parte del pesce preso cade a beneficio della Badia, colla libertà, e diritto di eseguire, e fare tutte le pesche grandi, e piccole, che si fanno da quelle del Contestabiie tanto d'inverno; che di estate.
 
(" )" Si intreccia, con questa vertenza, l'altra iniziata con il Vescovo dei Marsi, contro il quale l'abate di S. Maria della Vittoria rivendica il carattere episcopale dell'abbazia stessa, come "si legge nello stesso Diploma della Regal Fondazione fatta dal Re Carlo I in cui il Titolo si erigge in Abbadia, insignita dell'uso della Mitra, o sia Apice Sacerdotale, e del Pastorale" e "come risulta ancora da tutte l'enunciative del Titolo di Degnità, e di Prelatura, usato dagli Abbati in tutti gli atti cosi preminenziali, ove s'appella Per grazia di Dio e della Sede Apostolica Abbate del Regale Monastero (...) Ordinario di Scurcola"(cfr.: G.S., Ristretto de' fatti, e Raggioni concernenti la Dignità quasi Episcopale, e Giurisdizione Attiva Ordinaria nel Popolo, e Clero spettante all'Insigne Reaf Badia di S. Maria della Vittoria in Sculcula a pro di Monsignor D. Domenico Quercia Regio Abate della Medema, avverso il promotore della Curia Vescovile di Marsi, Napoli 1770, p. XIV). 
  
Pertanto l'abate chiede che gli vengano restituiti tuttï i diritti episcopaIi, usurpati dai Vescovi dei Marsi fin dal 1562 in combutta con i Colonna, che si erano impadroniti dei beni dell'Abazia, e che sia riconosciuta la giurisdizione vescovile di Scurcola sulle "terre" di S. Donato, Gioia, Lecce, Vico, Gallo, Castellafiume, Cappelle, S. Benedetto, Corcumello, Villa S. Sebastiano, Poggio Filippo, Cese e Venere, le quali fin dal secolo XIII "componevano il Territorio Badiale", come dimostrato dalla lunga serie di documenti che il Quercia allega alla sua "memoria". (Ivi, p. LVII). Più o meno del1o stesso periodo è un'altra vertenza, questa volta tra l'Università di Scurcola e le due Università vicine di Cappelle e Magliano, circa la giurisdizione ed il possesso della località detta di "Setteponti", posta al confine fra i tre centri: controversia che dà adito persino a liti fra le altre parrocchie interessate, per i funerali e il diritto di sepoltura di un uomo morto accidentalmente in quel posto. 
 
L'occupazione francese dell'Abruzzo nel 1799, l'abolizione dei feudi nel 1806, le vicende politico-militari del secolo XIX, pongono fine a tali vertenze (almeno nelle forme macroscopiche in cui esse si manifestavano in precedenza), essendo oramai mutati sia i problemi economico-sociali, sia le strutture amministrative e fiscali del Meridione. Scurcola, sostanzialmente, rimane fedele alla causa borbonica fino all'Unità d'Italia, accogliendo festosamente il re Ferdinando II in visita nella Marsica nel 1843. Nel 1855 si salva in parte dall'epidemia di colera, che aveva colpito gran parte delle terre circostanti; ma la morte di alcuni scurcolani viene attributia all'abate, il quale secondo la denuncia di alcuni cittadini aveva fatto togliere la statua della Madonna della Vittoria dal suo piedistallo. 
  
Gli avvenimenti del 1860-61 - con la carneficina operata dai piemontesi presso la chiesa delle Anime Sante di Scurcola danno un'altra dimensione, certamente più tragica, alla vicenda umana di questo centro marsicano. Su guest'episodio le fonti ufficiali si limitano ad esaltare il successo ottenuto dalle truppe piemontesi comandate dal capitano Foldi, con un fugace accenno al massacro dei prigionieri. Ma proprio questa tragica conclusione detlo scontro dovette lasciare una traccia, difficilmente cancellabile, nella memoria dei protagonisti e di gran parte della popolazione, clero compreso. Nessuno nega che, in quella occasione, i piemontesi si fossero comportati con estrema crudeltà; ma quasi tutti i cronisti del tempo e gli storici successivi tendono a sottolineare esclusivamente la disfatta dei borbonici ("Gli insorti vi perderono circa 130 uomini, compresi i fucilati, che vennero puniti sul luogo e senza indugio", ha lasciato scritto il Monnier), tutt'al più soffermandosi sul patetico episodio del medico Maùti di Luco dei Marsi, comportatosi coraggiosamente, quasi eroicamente, anche di fronte al plotone d'esecuzione. 
  
Eppure, la fucilazione di ben 89 uomini, tra il 22 e il 23 gennaio del 1861 (quindi nel giro di pochissime ore), non dovette rappresentare un buon biglietto da visita per i nuovi conquistatori, i quali si erano accaniti anche e soprattutto con coloro, tra i reazionari, che si sospettava appartenessero al clero. Persino nelle cronache più obiettive (come quelle del già ricordato Monnier) venivano messi alla berlina, senza alcuna reriminazione per la strage, quegli aspetti di' pseudoreligiosità contadina che sembrava caratterizzassero spesso le bande dei borbonici, degli irregolari e dei cosiddetti briganti, come ad esempio lo stendardo tolto ai ribelli di Scurcola, rappresentante Maria Cristina (madre di Francesco ll) in ginocchio davanti ad una Madonna, "nell'atto di calpestare la croce di Savoia", e che al Monnier sembrava più adatto per una processione che per una battaglia tra eserciti avversari.
  
Purtroppo, una ricerca archivistica che si svolgesse fuori dei documenti ufficiali non è mai stata effettuata finora, e quel poco che può ancora rintracciarsi è insufficiente a chiarire alcuni aspetti ingarbugliati delie vicende marsicane di quei mesi. Per quanto riguarda lo scontro di Scurcola, unica traccia ancor oggi utilizzabile (oltre al rapporto indirizzato alla Prefettura dal Consigliere distrettuale di Avezzano il 23 gennaio di quello stesso anno) è una brevissima indicazione lasciata dall'abate dela parrocchia della SS. Trinità di Scurcola, D. Luigi Dé Gergio, il quale, nel Liber Mortuorum, cosi annotava in data 22 gennaio 1861 : "Costantinus Oddi, coelebs, annorum 22, filius Dominici, et Dominicae Bucceri, a militibus Pedemontanis, Jacobum Giorgi ejusdem grassatores socios insequentibus, occisus est, et sequenti die in 9arrocchiali Ecclesia sepultus". 
  
Una notizia assai scarna, dunque, cui puà aggiungersene un'altra ancor più breve, lasciata dal parroco della chiesa di S. Lucia in Magliano, il quale in data 28 gennaio di quello stesso anno (1861) cosi scriveva: "Arrigus Ballandini, de Terra Malleani, occasione militari obiit Terra Scurculae".  Ad ogni modo, pur mutata la realtà sociale e politica, l'atteggiamento della gente di Scurcola rimane fondamentalmente identico a se stesso. Nel 1864 l'amministrazione comunale denuncia il Seminario dei Marsi, per aver quest'ultimo venduto alcune pietre della distrutta chiesa di S. Egidio, considerate preziose per la lor antichità, essendovï impresso (cosi è scritto nella denuncia) lo stemma del Comune ed essendovi scolpiti alcuni artistici bassorilievi. 
 
Molto più interessante l'opposizione che le Confraternite di Scurcola (aiutate dalla stessa Amministrazione Comunale e da tutta quanta la popolazione) sostengono contro il Demanio Statale, che aveva chiesto l'incameramento dei beni dei quattro Luoghi Pii e la loro concentrazione nella Congregazione di Carità, l'opposizione degli Scurcolani dura quarant'anni e più, e non si ferma nemmeno davanti al Regio decreto di Vittorio Emanuele III, del 1908, venendo a rappresentare pertanto un esempio davvero eccezionale, nella storia della cosiddetta "questione romana", almeno per quanto riguarda la Marsica. 
 
 
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