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Garibaldini e borbonici
Testo a cura dell'Avv. Ennio Colucci
Nel 1860-61 al tempo della conquista del Regno di Napoli da parte di Garibaldi, Scurcola e gli altri paesi della Marsica, Avezzano, Tagliacozzo, Magliano, Carsoli ebbero a soffrire alterne, drammatiche vicende. Il 6 settembre 1860 il Re di Napoli Francesco Il si riparava nella fortezza di Gaeta ed il successivo 7 settembre Garibaldi entrava a Napoli. Il 1° ottobre i Garibaldini sconfissero i Borbonici al Volturno. Gaeta, ultimo baluardo di Francesco 11, capitolava il 13 febbraio 1861; il Re si rifugiò a Roma da dove seguitò a finanziare la guerriglia dei suoi partigiani, specialmente in Abruzzo. 
  
Il maggiore Luparelli della gendarmeria borbonica attaccò il 1 ottobre 1860 Civitella Roveto, ma il Governatore dell'Aquila faceva affluire ad Avezzano volontari e guardie nazionali, tutti al comando del colonnello Pateras. Fautore del movimento reazionario era il famigerato Domenico Giorgi, originario di Tagliacozzo, ma trasferitosi a Civitella Roveto per matrimonio. Egli si era presentato al Re Francesco Il, che lo nominò sottintendente (sottoprefetto) di Avezzano. Nella notte tra il l' e il 2 ottobre 1860, ì reazionari di Tagliacozzo si sollevarono al grido di " Morte a Garibaldi, abbasso Vittorio Emanuele, Viva Francesco II!". Il 9 ottobre ottocento soldati, al comando del colonnello Fanelli, mossero da Avezzano, scacciarono i rivoltosi da Tagliacozzo e saccheggiarono anche loro la cittadina. Sollevazioni e torbidi vi furono anche a Carsoli e morì barbaramente assassinato, a Pereto, Luigi Mari. Dopo che la truppa già concentrata ad Avezzano venne richiamata all'Aquila, una sollevazione di reazionari ci fu anche ad Avezzano. Anzi una delegazione di insorti si recò a Sora ad invitare il generale austriaco, al servizio dei Borboni, Klitsche De La Grange, che accompagnato dal Giorgi arrivò ad Avezzano con gendarmi, birri e plebaglia: circa 4.000 uomini. Il 20 ottobre si recò a Magliano che in parte saccheggiò e che fu salva per miracolo e per l'intercessione del barone Luigi Masciarelli.
  
La reazione borbonica si estese a Celano, a Collarmele, a Pescina, a Trasacco e di nuovo a Tagliacozzo. Cospicue somme a Scurcola furono estorte a Gregorio Bontempi e a Gaetano De Giorgio. Il La Grange si diresse a Celano con l'intenzione di proseguire per L'Aquila, ma quando seppe che il generale Ferdinando Pinelli, che comandava tutte le truppe nazionali della provincia si apprestava ad attaccarlo, tornò subito ad Avezzano e proseguì poi per Sora, rifugiandosi nello stato romano. Ai primi del 1861 il sedicente generale francese Luvera, insieme al La Grange ed all'immancabile Giorgi entrarono a Tagliacozzo, sgomberata dopo due ore di combattimento dal maggiore Ferrero che la presidiava. Il maggiore ripiegò su Avezzano; il Giorgi lo seguì fino a Scurcola, ma vista l'accoglienza tutt'altro che amichevole che gli fecero i nostri paesani al grido di " Morte a Giorgi, fuori i briganti ! ", si ricondusse subito a Tagliacozzo. Intanto le masse borboniche venivano accrescendosi di altri sbandati provenienti specialmente dal Cicolano e la situazione si faceva sempre più pericolosa. 
  
Il 22 gennaio 1861, il colonnello Quintili da Avezzano dislocava due compagnie di fanteria a Magliano ed una a Scurcola sotto il comando del capitano Faldi.
Il Giorgi, in assenza del Luvara che era andato a svernare e a chiedere denari a Roma, appena seppe che a Scurcola c'era una sola compagnia pensò bene di attaccarla in forze. Attaccando all'imbrunire, nonostante una nutrita sparatoria a S. Antonio, gli scherani del Giorgi riuscirono a infiltrarsi per tutto il paese. Il capitano Faldi, chiesti immediatamente aiuti a Magliano e ad Avezzano, per snidarli dal paese simulò una ritirata. I rinforzi di due compagnie gli giunsero da Magliano verso le 19 e con essi egli poté circondare tutto il paese. Molti dei borbonici, tra i quali il Giorgi, riuscirono a sfuggire all'accerchiamento e a ritirarsi a Tagliacozzo. 
  
Dopo la mezzanotte arrivò da Avezzano anche il maggiore Delitala che, con altre tre compagnie, completò l'accerchiamento di Scurcola e il mattino seguente fece diramare un bando col quale, sotto pena di morte, imponeva agli Scurcolani di denunciare ogni ribelle che si fosse rifugiato nelle loro case. Si catturarono in tutto 366 prigionieri. Essi, chiusi dentro la Chiesa delle anime del purgatorio, ne venivano tratti e fucilati. A mezzogiorno del 23 gennaio da Avezzano giunse l'ordine di sospendere le esecuzioni: ma ottantanove erano già stati giustiziati. I restanti furono condotti ad Avezzano sotto la scorta delle guardie nazionali di Scurcola e di Magliano, poi all'Aquila per essere sottoposti a regolare processo (Da P. Bontempi: La Marsica nella Storia Moderna. Più particolareggiate notizie nel bel volume di G. Pagani: Avezzano e la sua storia). Il famigerato Giorgi che dai nostri vecchi ancora pochi anni orsono abbiamo sentito ricordare con esecrazione, dopo varie peripezie e misfatti si nascose a Roma e poi all'estero. Preso a Smime, istradato in Italia, processato all'Aquila, fu condannato ai lavori forzati e morì nel penitenziario dell'Isola d'Elba. 
  
In contrapposizione al Giorgi ricorderemo la dignità e il coraggio del Dr. Giovanni Mauti di Luco, che preso prigioniero a Scurcola, a S. Antonio, fu tradotto la sera del 23 gennaio 1861 ad Avezzano, insieme a due frati, al canonico D. Vincenzo Liberati e a un dragone pontificio trovato in casa del canonico. Il Mauti venne condannato a morte, che affrontò con grande serenità e come ultima disposizione volle che dei due orologi che aveva, quello d'argento fosse inviato per ricordo alla famiglia e quello d'oro fosse venduto e il ricavato distribuito ai militari che lo avrebbero fucilato. I frati vennero rilasciati, così pure il canonico che morì alcuni giorni dopo per lo spavento subito. Non possiamo chiudere queste note senza ricordare un nostro concittadino dallo spirito avventuroso, Serafino De Giorgio, che a questi e a più gravi avvenimenti prese attiva parte. Nato a Scurcola nel 1829, studente a Napoli di medicina, nel 1848 si arruolò nei Volontari Napoletani e con i gradi di sergente maggiore e di tenente prese parte alla prima campagna per l'indipendenza e l'unità d'Italia. Subì dal governo borbonico arresti, carceri, esilio. 
  
Conseguì un posto semigratuito nel Collegio medico cerusico di Napoli, ma subito gli fu tolto per i suoi precedenti patriottici. Nel 1853 fu imputato di cospirazione contro la sicurezza dello Stato " per criminosa corrispondenza epistolare ". Riparò in Francia, e combatté con i francesi in Crimea e in Africa. Rientrato in Italia organizzò la Compagnia Cacciatori del Velino, composta di guardie nazionali e fu mandato con esse a reprimere l'insurrezione di Castelvecchio Subequo e di Gagliano. Il 2 novembre il capitano De Giorgio con 40 uomini andò a sedare la popolazione di Collarmele. Al ritorno rimase ferito e derubato a Celano. Suo aiutante era Filippo Orlandi.
 
Testi tratti dal libro Guida storico-turistica
 
 
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