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L'Abate di Scurcola contro il Vescovo dei Marsi
Testo a cura dell'Avv. Walter Cianciusi  maggiori info autore

Nell'aprile del 1769 il Rev. Don Domenico Quercia, già nominaTo dal re Carlo III di Borbone, Abate della "ragguardevole" Abbazia di S. Maria della Vittoria, di Scurcola Marsicana, presentò istanza preliminare alla Curia di Mons. Cappellano Maggiore, in Napoli, per ottenere la restituzione, in danno del Vescovo dei Marsi, della dignità quasi-vescovile e della giurisdizione attiva ordinaria in populuni et cleruni su molti paesi della Marsica, che asseriva di costituire la sua Diocesi badiale. 
 
Ammessa la domanda, questa fu formalizzata dall'avvocato della stessa Real Corona Duca del Turitto con l'istanza fiscale del 10 febbraio 1771, che fu sintetizzata nella comparsa conclusionale dell'avversario, Avv. Filippo Puoti, difensore del Vescovo, con queste parole: "(L'Abate Quercia) credé proprio del suo spitito e degno del suo zelo di comparire nell'aprile dell'antepassato anno 1769 nella Reverendissima Curia di Mons. Cappellano Maggiore e con sua istanza asserì che, essendo stata detta Badia fondata nel 1277 dal serenissimo re Carlo I d'Angiò, era stata per tutta la metà del 160 secolo riputata la più insigne prelatura del Regno, come quella che aveva a se annessa la giurisdizione spirituale in moltissimi feudi, soggiungendosi essersi in fatto esercitata così dagli Abati regolari, che prima la godevano, come dagli Commendatari della Ill.ma Casa Colonna, ma che, questi poco badando ai diritti della medesima, dai Vescovi dei Marsi si era tale giurisdizione usurpata; onde concluse domandando che reintegrata restasse la detta Badia nel godimento ed esercizio della giurisdizione quasi-vescovile nelle Terre di Scurcola e Sorbo, sua Villa; Lecce; Gioia; Vico; S. Donato; Gallo; Cappelle; Corcomello e sua Villa; Poggio Filippo; Cese; S. Benedetto e Venere".
  
Dall'"Avvertimento" pubblicato in calce alla comparsa dell'Avv. Del Turitto apprendiamo che la domanda fu estesa anche alle Terre di Catellafiume e S. Anatolia, non comprese nella primitiva istanza. Muove certamente a curiosità l'atteggiamento dell'Abate Quercia. Perché mai questo Abate così di punto in bianco, dopo circa tre secoli dall'abbandono e dal crollo della Abbazia, si fa a rivendicare non solo i beni materiali che avevano costituito la dotazione del Tempio, ma anche la giurisdizione vescovile ordinaria su] popolo e sul clero, relativamente ai nominati territori? Il progetto di ridar corpo all'ombra e di ricostituire, se non proprio l'antico prestigio, una condizione materiale e spirituale di decoro dei nuovo Abate, dovette essere contestuale alla nomina del Quercia, che era già "Prelato del Regno. famigliare e consigliere del Re, Maestro teologo del Real collegio della Università di Napoli. 
  
E ciò tanto più che al patronato regio l'Abbazia era tornata da quello pontificio "nel clima anticlericale e antiromano che caratterizzò ad un certo momento la politica dei Borbone. (Lopez, L.: Lago di Fucino e dintorni). 
Già l'Abate aveva proposto giudizio contro il feudatario Principe Lorenzo Colonna, di cui tratta la "Dissertazione storico-diplomatica" dell'Avv. Vincenzo Aloi. Ad essa si riferisce, infatti, al tentativo di recupero della proprietà costituita da Carlo d'Angiò a dote dell'Abbazia: proprietà che, con parole del Diploma 3. VIII. 1277 così viene identificata: "Donarnus Castrum Sculculae in Aprutio... (Doniamo - cioè - l'abitato di Scurcola, con tutti i diritti e le pertinenze sue), Gastru,n, seu Villarn quae dicitur Pontes in Aprutio (cioè il Castello o Villa (dei) Ponti, con tutti i diritti e le pertinenze); ius qua que piscandi, cioè il diritto di pesca, nella parte che spetta all'Amministrazione regia, sul Lago di Fucino, per quanto possono pescare due barche, per uso di sostentamento delle persone del Monastero; in Scurcola e Ponti terre da lavoro sufficienti per cinque aratri di quattro buoi ciascuno" (ed è questa la "Cardosa", poi definita in 1 .500 locali coppe di terra). 
  
Per completezza di informazione occorre dire che le due barche che V Abate di Santa Maria della Vittoria aveva diritto di tenere nel Lago di Fucino erano barche c.d. "caporali'. cioè capo-flottiglia ed ognuna di esse aveva alle proprie dipendenze dodici barche ordinarie: in tutto, quindi, ventisei barche: il che non è poca cosa. Ed occorre aggiungere che erano pure state donate alla Abbazia terre da lavoro per venti aratri in Ascoli di Capitanata; altre per venti aratri in territorio di Salisburgo, pure in Capitanata: complessivamente ben 1 3.500 coppe di terra. Infine, Re Carlo aveva imposto al Giustiziere d'Abruzzo di consegnare all'Abate 900 galline, 100 galli, 150 arnie; al Giustiziere di Calabria di dare 200 vacche, 20 tori e 40 giovenchi; al Giustiziere dì Basilicata di dare 120 buoi ed a quello di Capitanata di dare 300 scrofe, 30 verri. 270() pecore, 270 montoni, 300 capre e 30 becchi. 
  
Carlo d'Angiò aveva pure donato la Masseria di 5. Antonio de Pastoribus. che, per essere lontana e non facilmente amministrahile, l'Abate restituì al patrimonio regio, ricevendone a compensazione iura ()Ìnnia, redditus et J)rOl'entu.s hajulationis, Terre Civiteile, vani iurihus passus strade ipsius Terre Cix'ite liv, cioè il diritto doganale. detto "di passo", che si percepiva su persone, animali e cose nell'attraversamento di Civitella Roveto. così come avveniva in altri passi obbligati che segnavano solitamente anche limiti territoriali. Infine, per via di scambi, sappiamo che i monaci ebbero una rendita di sessanta once d'oro da trarsi dalla gabella dell'Aquila; l'annuo tributo di 6840 chili di olio, proveniente da Bitonto nonché, proveniente dalla Sicilia, una certa quantità di "zurra" e di tonnina. salume fatto con schiena di tonno. 
 
È certo che dopo i Vespri il tonno siciliano prese altra direzione. 
Dunque, Don Domenico Quercia agendo nell'altra causa rivendica all'Abbazia alcuni dei suddetti beni, ma quando l'Avv. Aloi scrive la "dissertazione", l'Abate aveva già perso la causa in primo grado, essendo stato riconosciuto ed attribuito a lui, con la prima sentenza, del 26 settembre 1767, soltanto il diritto di pesca nel Lago di Fucino ed interlocutoriamente essendosi richiesta nuova istruttoria sul diritto di "passo" (che da Civitella era stato portato a Capistrello) di nuovo l'istanza era stata respinta riguardo alle richieste principali, di restituzione, cioè, dei diritti feudali su Scurcola e Ponti. Quanto alla 'Cardosa", si nominava un perito perché la identificasse. Il giudizio di appello non ebbe per l'Abate sorte migliore: l'li agosto 1781 veniva confermata pienamente la prima sentenza. Restava aperta la questione "Cardosa". Intanto le istituzioni, le leggi, le giurisdizioni e le stesse parti della causa cambiavano: il processo di acquisizione al demanio dei beni ecclesiastici, iniziato dal Tanucci, si compiva con Cavour; la eversione della feudalità, sancita dai Re francesi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, trovava adempimenti nella nostra terra CON l'opera del Commissario ripartìtore De Thomasis. 
  
La causa relativa alla sola "Cardosa" ora vertente tra il Demanio dello Stato e gli eredi Colonna, fu trattata dall'ordinario Tribunale dell'Aquila e fu poi una delle prime cause devolute al Tribunale di Avezzano, appena istituito. 
Ma nel trasporto dei fascicoli dall'Aquila ad Avezzano furono sottratti - cioè rubati - gli atti più antichi ed importanti e fu questo fatto che dette l'occasione per definire stragiudizialmente la lite, con la cessione della "Cardosa" all Principe Barberini, erede dei Colonna, il quale pagò, il 26.VI.1875, (cioè oltre un secolo dopo l'inizio della lite) lire 35.000 al Demanio dello Stato, e non all'Abbazia di S. Maria della Vittoria. Con l'altra azione, formalizzata con l'"istanza fiscale" del 10.1.1771, l'Abate Quercia rivendicava, come detto, la giurisdizione quasi-vescovile in populum et c/erum sui già nominati quattordici territori della Marsica.
  
A quell'epoca già non v'erano che ruderi nel luogo di fondazione della Chiesa e del Monastero di Santa Maria della Vittoria. Di quali vaste dimensioni, di quale grande splendore e dì quale importanza fosse l'Abbazia al tempo della sua fondazione, si intuisce dalla mole dei beni donati dal suo fondatore. Sappiamo che il Tempio era più grande e imponente di quello ancora esistente e prosperante di Casamari. "La Chiesa - scrive Don (metano Squilla - misurava ben 73 metri di lunghezza ed era larga 23 metri. Si pensi clic il Tempio era più lungo di quello di Casamari, che è lungo 65 metri... Di superficie pressoché doppia era il Monastero, come risulta dalla pianta dell'intero complesso badiale fornitaci dal Moretti, ricavata dal Gavini dopo gli scavi intrapresi ed interrotti nel 1900. Annessi al Monastero erano una conceria di pelli, un mulino ed una gualchiera per le stoffe.
  
Scrive il Febonio che Carlo d'Angiò fece edificare il Tempio e il cenobio ex ruderis lapidibusque quos ex Aibae dirutae ruinis asportare mandavit, cioè con pietre famose, tratte dalle rovine di Alba Fucense. La circostanza è contestata dato che Carlo 1, con una lettera del 28 gennaio 1278 ordinava al Giustiziere d'Abruzzo di far restituire all'Abbazia le pietre lavorate e scolpite ed altri materiali che gli uomini del Conte di Alba, Oddone de Toney, consanguineo del Re, avevano rubato, ma Giuseppe Mariri, storico tagliacozzano. sostIene che il Conte di Albe aveva cercato non di rubare, bensì di recuperare i materiali che proprio da Albe erano stati prelevati. Scrive il Fiorani del rinvenimento tra le rovine della Badia di qualche statua dell'epoca romana, ed una ditali statue, fotografata dal Moretti che la riproduce a pag. 425 della sua Architettura medievale in Abruzzo, pur decapitata e mutua, stava fino a qualche anno fa appoggiata ai resti di un muro del cenobio. 
  
Ora è scomparsa. trafugata da ignoti. Certamente essa era appartenuta ad un insigne edificio della distrutta Alba, ed i lavori di scavo e di sistemazione delle strutture dell'Abbazia consentirebbero il recupero di altri importanti "pezzi" provenienti dalla distrutta città. A proposito del recupero di quanto resta della Badia, il Prof. Lipinski, in una conferenza tenuta alla sezione avezzanese dell'Areheoclub d'Italia, anni addietro, affermava che in essa dovrebbe trovarsi l'ossario dei soldati francesi caduti nella Battaglia di Tagliacozzo, le cui ossa potrebbero essere state portate con tutti gli onori a Santa Maria della Vittoria. Da quel tempio - egli diceva - viene la preziosa statua in legno di ulivo che ha nome proprio di "5. Maria della Vittoria" e che fu poi portata nella omonima Chiesa di Seurcola. Essa fu donata da Carlo d'Angiò all'Abbazia e fu fatta venire dalla Francia: "Elementi gotici francesi pienamente sviluppati" vi riconosce Valerio Mariani, ed essa fu anche oggetto di studio del compianto amico aquilano Prof. Giuseppe Porto. Ma pure da 5. Maria provengono, secondo Lipinski, la "Croce degli Orsini" che dopo il terremoto deI 1915 fu recuperata a Rosciolo, nonché il frammento di un exultet esistente nella Curia vescovile di Avezzano e la famosa "Madonna Pasquarella" che si trova nel convento francescano di Castelvecchio Subequo. Ma queste sono divagazioni dal tema. Tornando alla nostra Abbazia ed alla sua breve e travagliata esistenza, bisogna dire che già cominciò male la fondazione del complesso edilizio. 
  
A Scurcola Marsicana Carlo d'Angiò difese il regno da poco conquistato (26.2.1266, Battaglia di Benevento). E pei gli stessi motivi di soddisfazione del suo orgoglio che qui lo indussero a far edificare l'Abbazia della Vittoria, egli aveva anche fatto erigere un monastero attiguo alla Chiesa di 5. Marco presso Benevento e un'altra Chiesa, con annesso monastero, detto 5. Maria di Real Valle, a Seafati, pure presso Benevento. In tutti egli aveva portato i monaci cistercensi, francesi come lui e come il Papa Urbano IV che lo aveva indotto ad accettare la corona di Sicilia, e come il successore, Papa Clemente IV, che lo sollecitò ad intraprendere la spedizione. A proposito della data della fondazione della Abbazia della Vittoria, l'Ughelli scrive che nel 1274 Carlo dispose la creazione così dell'Abbazia di Real Valle che di quella della Vittoria, ma l'Avv. Aloi, qualificando l'Ughelli "scrittore di molta credulità e di poco fine criterio", nega questa data per il nostro tempio. Lo stesso Aloi riprende dal diploma di Re Carlo all'abate cistercense, datato 3 agosto 1277, che è quella di fondazione dell'Abbazia, in cui è detto: ..... Monasterium Ciste rcensis ordinisfundandum Ct de novo construendumn duximus prope Sculculam de Aprutio, quod Monasterium B. Mariae de victoria decrevimus de cetero nuncupari ". 
  
Lo stesso Re Carlo fu presente alla inaugurazione, che avvenne il 12 maggio 1278, ma ancora a questa data la costruzione non era stata completata e si deve ritenere che non lo fosse prima della fine del 1280. Abbiamo già detto del furto e del recupero delle pietre lavorate predisposte per la costruzione del tempio e sappiamo che già nel 12811' Abate dovette ricorrere a Carlo perché alcuni abitanti di Ponti gli avevano sottratto delle terre: Carlo ordina al Giustiziere d'Abruzzo di reintegrare l'Abate. 

 
 


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