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Corradino di Svevia e il Regno di Sicilia
Testi a cura del prof. Aulo Colucci  maggiori info autore
Carlo d'Angiò, divenuto con la sconfitta di Manfredi re di Sicilia e di Puglia, nonché di Napoli, pensò, fra l'altro di consolidare il suo regime col favorire i guelfi e infierire sui ghibellini. Questi, vedendosi sopraffare e non potendo da soli reagire e salvare le sorti del loro partito, ritennero opportuno rivolgersi a un principe straniero. Questo fu Corradino di Svevia, quindicenne (era nato il 25 marzo 1252), figlio del defunto Corrado IV Una commissione di ghibellini italiani, capeggiata da Galvano e Gaetano Lancia e da Corrado e Martino Capece, e formata da rappresentanti specialmente di Verona, Pavia, Pisa e Siena, si recò da Corradino a prospettargli la situazione politica dell'Italia e ad esortarlo a venire a riconquistare il Regno di Sicilia, usurpatogli prima da Manfredi e poi da Carlo d'Angiò. 
  
All'uopo gli promettevano piena collaborazione. Al caloroso invito, ne segui altro analogo e non meno entusiasmante da parte di un tipico avventuriero del tempo: Arrigo di Castiglia. Il quale, figlio di Ferdinando III di Castiglia e di Beatrice di Baviera, insofferente di disciplina e indocile agli ordinamenti del suo paese, si era allontanato per andarsene a servire come capitano il re dell'Inghilterra e il principe di Tunisi, servizi che gli avevano fruttato ingente quantità di denaro. Don Arrigo, benché cugino di Carlo d'Angiò, gli era divenuto acerrimo nemico perché, avendogli imprestata una certa somma, non l'aveva più riavuta. Lusingato dalle predette esortazioni e spinto dall'ambizione di ottenere la corona reale e imperiale, il nipote di Federico II, al quale degli aviti domini era rimasta soltanto e non tutta la Svevia, accolse le suppliche dei nostri ghibellini e, sebbene dissuaso dalla madre, tentò la difficile impresa. 
  
Pertanto l'audace giovinetto, diretto e coadiuvato da altri, allestì un forte esercito e, accompagnato dal cugino Federico di Baden, duca d'Austria, dallo zio Luigi, conte del Reno, e dal patrigno Mainardo, conte del Tirolo, marciò alla volta dell'Italia. Partito a Bolzano il 4 ottobre 1267, Corradino appena entrò in terra italiana rivolse un messaggio alla città di Pavia, che più d'ogni altra città aveva richiesto il suo intervento; in tal messaggio, fra l'altro, si dichiarava pronto a " combattere contro Carlo d'Angiò... e ad arrecare pace e concordia a tutta l'italia". Giunto a Verona il 20 di detto mese, Corradino vi si fermò circa una stagione, durante la quale attese principalmente a riorganizzare l'esercito, da cui si erano allontanati lo zio Luigi, il patrigno Mainardo e molti militi tornati in Germania. Da Verona Corradino si recò a Pavia, donde il 22 marzo 1268 si diresse alla costiera ligure e imbarcatosi sbarcò a Pisa, che gli tributò solenni ed entusiastiche accoglienze. 
  
Ivi fu raggiunto dal grosso della truppa che, condotta da Federico di Baden, aveva dovuto marciare lungo la Lunigiana per evitare il territorio della Repubblica di Genova, che si era di chiarata neutrale nell'aspra contesa. Frattanto Clemente IV, deluso nella speranza di veder le popolazioni dell'Italia settentrionale coalizzarsi in una seconda Lega Lombarda, lanciava la scomunica a Corradino, anatema che poi scagliava anche contro i fautori di lui e particolarmente ad Arrigo di Castiglia che, sobillata Roma contro il governo pontificio, vi era stato nominato senatore; carica con cui dominava e si impadroniva dei valori e degli arredi delle chiese per ritrarne la moneta necessaria alla guerra.
  
Durante la sosta di Corradino a Pisa, mentre egli sottometteva con la violenza Lucca e Arezzo e onorava Siena di sua visita, una flotta pisana approdava sulle coste meridionali del Regno e vi occupava varie importanti località; nello stesso tempo un'armata navale ispano-saracena, comandata da Federico di Castiglia, fratello di Arrigo, impadronitasi di più centri della Sicilia, la incitava a rivoltarsi contro Carlo d'Angiò. Intanto, il 25 giugno 1268, scontratisi vicino ad Arezzo una parte della truppa angionia con altrettanta sveva, questa con agguato, le inflisse clamorosa sconfitta. L'eco di essa si sparse subito per il reame e diverse città ne trassero animo per insorgere contro Carlo d'Angiò; insurrezione in cui si distinse Lucera, città dove Federico Il, aveva accentrato i sudditi di razza saracena. Corradino, forte della vittoria riportata, entrò quindi nello stato Pontificio e, senza toccare Viterbo, ove intanto il Papa si era rifugiato ed aveva provveduto alla sua difesa chiamando milizie dall'Umbria, seguendo la via Cassia, il 24 luglio arrivò a Roma. Quivi gli aveva preparato Arrigo di Castiglia festose onoranze e Corradino, entusiasticamente accolto dalla popolazione, con fervidi auguri venne da essa accompagnato in Campidoglio ove, issati i vessilli di Svevia, con solenni cerimonie fu acclamato re e imperatore.
 
 
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