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Carlo I° D'Angiò e l'Abbazia di S.M. della Vittoria
Testo a cura di Pietro Egidi

Scurcola Marsicana...Ruderi dell'Abbazia di S. Maria della Vittoria
 
 Ruderi dell'Abbazia di 
S. Maria della Vittoria nei Campi Palentini fatta erigere da Carlo I d'Angiò
  
   
 
Statua lignea della Madonna col bambino del XIII secolo.
Tra i monti di Albe e di Magliano, ultime pendici (di Velino, e quelli di Curcumello, di Tagliacozzo, di Scurcula, digradanti dal monte Faito , nel mezzo della Marsica, sulle due rive dell'Imele, prima che assuma il nome di Salto, stentamente s'allargano i pianeggianti Campi Palentini che videro l'ultima lotta disperata tra Svevi ed Angioni. La via Valeria o Carseolana, sulla traccia che da millenni le segnarono i Romani, li attraversa, venendo da Tagliacozzo per raggiungere Avezzano e la ampia conca del Fucino. Sulla riva, a qualche passo dal ponte su cui la via cavalca le povere acque dell'Imele, pochi muri smozzicati sporgono fuori dal cumulo delle macerie. Sono i miseri avanzi della sontuosa abbazia, innalzata dalla superbia del vincitore a segnare il luogo ove senz'arme vinse il vecchio Alardo! Sulla fine del secolo decimoquinto e sul principio del sedicesimo i terremoti la scossero e la rovinarono, mentre le feroci guerre tra Durazzeschi, Angioini e Aragonesi, tra Spagnoli e Francesi, tra Orsini e Colonnesi le facevano intorno il deserto, e il mal governo dei comnendatari nè dissipava il patrimonio. Già nel 1525 non ne restavano che ruderi informi, adatti solo a suscitare il compianto. Leandro Alberti, visitando il paese in quell'anno, ne scrisse: " ... per li continui terremoti è rovinata la chiesa col monastero, come si vede;…. invero a vedere detti rovinati edifici ne risulta gran compassione alli riguardanti" 
  
Nel Compendio della jstoria del regno di N. di P. Collenuccio si dice che " è ancora in quel luogo una chiesa chiamata S. M. S. V." Poiché il Compendio pare scritto verso la fine del secolo e il Collenuccio mori nel 1501 , l'abbazia dovrebbe esser rovinata proprio gli ultimi anni del XV o i primi del XVI: forse nei terremoti del 6 marzo 1498 o in quelli del gennaio 1502, o del marzo 1506. 
Ai terremoti e alle guerre accennano l'Ughelli, Italia Sacra e il Febonio, Historia Marsorun. Questi accenna anche a dolo da parte di monaci di Vicovaro in odio ai Colonnesi. signori del paese ma una tradizione conservata oralmente a Scurcula parla di distruzione fatta a furia di popolo a causa delle galanti imprese dei monaci. 
 
Si noti però che identica tradizione è narrata anche intorno alla rovina del monastero di Real Valle presso Scafati. A torto l'Aloi sostiene che l'abbazia esistesse dopo il 1527, mentre giuste sono le sue osservazioni intorno all'opera dei Colonna commendatari. La breve vita, la rapida completa rovina non lasciarono che lievissima traccia nelle pagine della storta. I cronisti vi accennarono solo per la causa onde la chiesa sorse, legandone il nome alla narrazione della battaglia di Tagliacozzo; gli Storici civili. com'è naturale, appena fecero altrettanto. Qualche parola di più ne dissero gli scrittori di cose marslcane, storici e topografi, quelli di storia monastica o artistica. 
  
Ma anche questi poco ne seppero. Perduto l'archivio del monastero, impossibili o almeno) difficilissime le ricerche nei registri angioini, veniva a mancare qualsiasi documento della Vita dell'abbazia. Fino alla metà del secolo decimonono la sua storìa fu presto detta: fondata da Carlo d'Angiò, e data ai monaci cistercensi francesi, rovinò nel secolo decimosesto; avendola abbandona i monaci, fu occupata dalla curia romana che per secoli ne diede i beni in commenda. Era quanto aveva potuto trarre Ferdinando Ughelli dalle poche testimonianze che era stato possibile raccogliere e quanto il Febonio aveva detto nella sua storia dei Marsi. Questo poco fu ripetuto costantemente, e attorno a questo poco qualche piccola aggiunta più o meno fantastica. Appena qualche cosa di più si trova, nel libro del Corsignani che, pure in mezzo a mille inesattezze, è sempre una delle migliori fonti per la conoscenza della Marsica . Ad una contesa patrimoniale dobbiamo lo Scritto più ampio e informato. Nel 1758 la curia regia rivendicò dalla pontificia il possesso dell'abbazia e la facoltà di disporne. 
  
Ottenuta ragione, il re concesse all'abate Domenico Quercia il godimento del patrimonio abbaziale. Ma egli trovò che i Colonnesi, nella cui casaper molti anni era stato come commenda, avevano avevano disposto e disponevano di esso come cosa loro e privata proprietà.Adì ai tribunali suo interesse. Vincenzo Aloi scrisse una Dissertazione storico diplomatica, che, in mezzo a lungaggini e sottigliezze, contiene uno studio notevolissimo sulla vita patrimoniale, basato su abbondante copia di documenti, fino allora sconosciuti. Ma, certo è naturale, egli sorvolò sull'opera costruttiva, quindi molto vi troverà chi vorrà conoscere le vicende del patrimonio monastico al tempo dei successori di Carlo d'Angio, pel regno di quest'ultimo vi troverà solo un buon commento alla lettera di fondazione. Solo nella metà del secolo scorso lo Schulz, in quella sua opera monumentale che ha iniziato il rinnovamento degli studi di storia dell'arte nelle provincie meridopnali d'Italia, trasse fuori dai registri angioini buon numero di documenti e fece conoscere alcune particolarità intorno alla costruzione della chiesa. 
  
Ma l'opera sua rimase lungo tempo sconosciuta o quasi tra noi, e sfuggì in Germania anche al diligente Ianauschek, che nel mirabile volume delle origini cistercensi non fece altro che ripetere in sunto le parole del I Febonio. Qualche documento documento era già stato dato alla luce dal Minieri Riccio, come qualche altro fu pubblicato o ripubblicato dal De Giudice, dal quale e dallo Schulz derivano le notizie e i documenti citati dal Bindi, nel superficialissimo suo libro sui Monumenti abruzzesi. Qualche altro si occupò dell'abbazia più di recente o per lo studio di qualche opera d'arte che più o meno le si possa riferire, o per difenderne le rovine dalla completa distruzione; ma se si tolgono la relazione degli scavi fatti dalla regia sopraintendenza sui monumenti, scavi che fecero conoscere la pianta dell'edificio, e la nota del Piccirilli sulle pitture della cassa in cui è custodita la statua della Vergine, una volta venerata nell'abbazia, nulla che metta il conto d'essere letto. Pertanto le poche righe dello Schulz restano sempre la migliore cosa scritta sulla costruzione dell'abbazia, come la serie dei documenti, da lui editi o citati, è la più completa. 

Ma poiché lo Schulz si prefiggeva lo scopo di porre in evidenza solo ciò che interessava l'arte, pure la serie sua è incompletissima; essa ne comprende appena una trentina, mentre a centinaia essi sono disseminati nei registri angioini. Solo nei volumi che contengono i diplomi di Carlo d'Angio, e più precisamente in quelli clic registrano gli atti emanati dal 1274, in cui la costruzione fu cominciata, al gennaio 1285, quando Carlo I morì, ci fu dato rintracciarne circa trecento, che ci fanne assistere passo per passo al concepimento, alla nascita, alla perfezione di questa abbazia, verso cui l'Angioino fu tenero e prodigo di favori e di ricchezze come verso nessun'altra, meno forse la gemella di lei, l'abbazia di Real Valle. Potrà forse parere a taluno che le lunghe ricerche siano sproporzionate al tenue risultato, anche più sminuito di valore dalla secolare rovina del monumento. 
  
E certo, sebbene a chi sia conscio della gravità delle conseguenze scaturite dal fatto alla cui memoria fu legata l'abbazia, non possa spiacere la notizia anche dei particolari di minor conto che le si riferiscano, certo, dicevo, solo dal puro soddisfacimento di questa curiosità, non mi sarebbe compensata la la lunga fatica. Ma, se non m'inganno, qualche altro frutto di maggiore, più generale e più profondo interesse se ne può trarre. Parte della ricca serie di documenti permette di vedere un po' addentro nel modo con cui venivano condotte ed organizzate le costruzioni dalla corte aflgioifla, e di portare qualche contributo alla conoscenza come delle condizioni di lavoro degli operarai, così della economia dell'epoca; un'altra parte ci fa assistere alla formazione di un patrimonio e di un feudo monastico, che non mancarono allora e più tardidi adempiere un compito economico e politico insieme. L'abbazia di S. Maria (iella Vittoria non cominciò a costruirsi che alcuni anni dopo la battaglia di Tagliacozzo; ma forse il pensiero di affidare ad un monumento religioso l'espressione della sua gratitudine verso Dio e la Vergine, e di provvedere al suffragio delle anime dei suoi fedeli, sorse subito nella mente di Carlo D'Angiò. 
  
Già pare di scorgerlo nelle valorose proteste di ritenere la vittoria quale segnalata grazia celeste, fatte da Carlo nella lettera scritta a papa Clemente IV dal teatro del combattimento, la stessa sera del 23 agosto l268. Certo è che appena un anno dopo, nel luglio del 1269, egli ordinava si erigesse una chiesa nel piano di S. Marco presso Benevento " ubi de Manfredo obtinuimus victoriam". Viene spontaneo il pensieroche in pari tempo egli disegnasse di ricordare in modo eguale, la vittoria di Tagliacozzo, quella veramente definitiva per lui. Nella convinzione ci conforta il fatto che in appresso la costruzione della chiesa e del monastero della Vittoria fu intimamente e senza interruzione congiunta a quella della chiesa e del monastero di Real Valle presso Scafati, destinati allo scopo commemorativo per cui era stata decretata la chiesa beneventana, interrotta subito dopo i primi lavori , o forse anche mai incominciata. 
  
Comunque, nel 1273 già era stato stabilito che i due cenobi, di Scurcola e di Scafati, sorgessero, e la volontà regia era già stata comunicata ai padri dell'ordine cistercense, la vitale propaggine benedettina, essenzialmente francese per origina e tradizioni, la cui meravigliosa fioritura s'allargava allora trionfante per tutto 1'occidente cattolico sorto la protezione dei principi e dei papi.. La Congregazione era assai accetta alla casa reale di Francia: nell'Italia meridionale aveva avuto favore al tempo dei Normanni e nei primi anni di Federico Il . Poi era entrata un po' in sospetto agli Svevi ; per cui più facilmente adesso su di lei cadde la scelta. Amor di patria e consiglio di Stato la consigliavano. L'accoglienza fatta dal capitolo generale cistercense alle proposte del re, fu quale si poteva immaginare. 
 
Carlo, per ottemperare alle costituzioni dell'ordine, aveva mostrata intenzione di sottopone il monastero della Vittoria a quello dell'Oratorio, fiorente nel suo Angiò, e quello di Real Valle al cenobio di Rovaumont, eretto nell'Ile de France da suo padre Luigi VII. Il capitolo decise che da ciascuno dei due monasteri francesi fossero immediatamente inviati alla corte siciliana due monaci, che insieme con gli Abati di Fossanova e di Casamnari (le celebri abbazie dello stato ecclesiastico, quasi sul confine del regno), confortassero il re col loro consiglio e, quando fosse opportuno , immettessero nei nuovi asili le famiglie monastiche. Gli inviati dell'abbate dell'Oratorio, i monaci Pietro e Giovanni , erano a Napoli prima che l'anno terminasse; ma, o che per cominciare si attendesse il loro arrivo, o che la volontà reale in altro fosse distratta, trovarono non ancora iniziate le costruzioni , anzi neppur scelti i luoghi ove dovessero sorgere. La loro presenza sollecito la cosa. 
  
Il re, provveduto che essi fossero ospitati dai loro fratelli di Casanova (il monastero cistercense allora fiorente nell'Abruzzo ulteriore presso la città di Penne), spediva in Abruzzo i suoi familiari frate Giacomo, maestro Pietro da Chaule chierico della curia, Simone di Angart, Pietro de Carrelli, unitamente con l'abate li Casanova , perché, esaminato attentamente il sito della battaglia, ne eleggessero la parte più adatta allo scopo. facessero calcolo del necessario, in cose e danaro, per la fabbrica, vedessero se e dove fosse, nei dintorni, una quantità di terreno adatta a formarne una masseria onde dotare il futuro convento ). La commissione (meraviglie di tempi lontani ! ) assolse il suo compito con gran le sollecitudine. Le era stato affidato il primo di gennaio del 1274; un mese dopo aveva compito il viaggio, scelto il luogo, fatti i preventivi, e mandati al re, che era in Puglia; il re li aveva approvati, ed aveva emanati le necessarie disposizioni perché al lavoro si ponesse subito mano. Era stato preferito il tratto di pianura compresa tra il Salto e la via Carseolana o Valeria, ai piedi del monte di S. Nicola, a pochi passi dal ponte ove era cominciata la mischia tra i Provenzali e i cavalieri di Enrico di Castiglia. Di là dal ponte, i campi di Cappelle che avevano visto la sconfitta angioina mutarsi un vittoria, e su loro imminente il monte S. Felice, al riparo del quale Carlo aveva tenuto le sue schiere li riserva: di qua sulla riva sinistra, forse sulle pendici ultime del S. Nicola . il castello di Ponti, ove Corradino aveva passato la notte; sopra il ponte, la via Carseolana, da lui con tanto differente animo battuta a distanza di si poche ore.
 
Però è da notare che alcuni storiografi errano, ponendo S. M. della Vittoria sulla destra del Salto, mentre è sulla sinistra (più giustamente l'aveva collocata il Raumer come anche assegnando il nome di Cardosa alla valle tra Cappelle e il S. Nicola, mentre esso era dato alla pianura sulle due rive e specialmente al tratto sulla sinistra in mezzo a cui sorgeva il monastero. Luogo adattissimo quindi pel significato morale che l'edificio doveva assumere; adattissimo anche per la prossimità della strada del fiume. Erano così assicurate la facilità dell'accesso e la forza motrice per le mole, necessario complemento di ogni notevole comunità religiosa. Ai sei di febbraio Carlo aveva già provveduto alla nomina degli amministratori e del direttore dell'opera, ordinando che senza indugio si recassero sul posto . Nel Reg. Ang. XIV, 225R è conservato il dato diploma da Brindisi, 6 febbraio 1274 , col quale si commette l'amministrazione al giudice Angelo la Foggia e a fra Pietro dell'Oratorio. Però il nome di Angelo è riscritto su rasura di un altro; di più il giorno della data è cancellato e sostituito dal giorno 8 marzo. 
 
La stessa rasura e la stessa correzione si ritrovano nella lettera diretta a Pietro da Chaule che segue nel medesimo foglio, e nell'altra copia della lettera ad Angelo e a Pietro registrata nel Reg.. XVIII. 162A.
Se si ricorda che dall'Oratorio erano venuti i monaci Giovanni e Pietro, e che da ora troviamo solo quest'ultimo alla Vittoria, mentre i due monaci venuti da Royaumont, ambedue si trovano ad amministrare l'opera di Real Valle, non parrà strano pensare che il nome raso sia quello del monaco Giovanni.
Forse egli morì o fu richiamato in Francia senza che il re lo sapesse; conosciuta la morte o la partenza, fu sostituito con Angelo. Si pensi che il re era a Brindisi.

 
 


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